I Gruppi Psicologici in Carcere

 


La devianza produce una notevole problematicità sul piano sociale; essa si esprime attraverso comportamenti che spesso sono difficili da comprendere per le caratteristiche che li compongono, a volte connessi con un’apparente imprevedibilità, mentre altre volte si contraddistinguono per l’attenta pianificazione che li connota.

Le motivazioni che spingono verso azioni devianti sono generalmente rintracciabili nella storia personale dell’individuo. L’azione criminale, che si rende evidente con il comportamento deviante, si costruisce lungo un percorso di vita che abbraccia degli anni.

Mentre le storie personali giungono all’attenzione degli esperti dopo che l’azione criminale è stata compiuta, nel momento in cui avviene l’incontro con le Istituzioni giudiziarie. Nel carcere la persona inizia a confrontarsi con se stessa ed a riflettere sulla propria storia. Dal comportamento deviante inizia un percorso di recupero che si muove indietro nel tempo alla ricerca delle cause che lo hanno provocato.

Dal carcere voglio partire per parlarvi di un progetto che si occupa di gruppi con i detenuti. Si tratta di un’esperienza di lavoro promossa da alcuni anni dall’Associazione Saman presso il carcere romano di Rebibbia, Nuovo Complesso.

I gruppi che si svolgono all’interno del carcere sono rivolti a differenti tipologie di detenuti che presentano un problema di dipendenza dalle sostanze stupefacenti; generalmente eroina o cocaina, e/o problematiche psichiatriche. Sono frequentati da detenuti che hanno commesso diversi tipi di reato: scippo, rapina, reati a sfondo sessuale fino all’omicidio. In gruppo si lavora sulla storia personale e si affrontano temi legati alla vita all’interno del carcere ed alle relazioni con la famiglia e con la società.

Per raccontare questa esperienza di lavoro vi mostro la figura 1 in cui sono rappresentate le componenti del gruppo: il gruppo è raffigurato come un sistema nel quale si attivano le diverse dinamiche relazionali, dettate principalmente dal funzionamento di personalità dei partecipanti ma anche, dal tipo di gruppo, dalla relazione che i partecipanti instaurano tra loro e con i terapeuti e dal contesto dell’Istituzione carceraria, aspetti che (figura 1) si intersecano tra loro. Nel mio intervento di oggi vi parlerò soprattutto degli aspetti per me più importanti: il tipo di gruppo ed il funzionamento di personalità dei partecipanti.


Figura 1. Le componenti del gruppo



Per quanto riguarda il tipo di gruppo bisogna innanzitutto specificare che nel carcere i detenuti sono raggruppati nei diversi reparti a seconda del reato che hanno commesso, tenendo conto dell’uso di sostanze, dei problemi di salute, ecc.. I gruppi si svolgono in alcuni di questi reparti; nel corso degli anni si sono rivolti a specifiche tipologie di detenuti (Figura n° 2). Naturalmente ogni gruppo ha caratteristiche differenti a seconda della tipologia di detenuti che vi partecipano:

  • Detenuti transessuali che hanno commesso reati e si trovano in una sezione specifica ed isolata.
  • Detenuti che hanno commesso reati ritenuti infamanti, vengono isolati dai detenuti comuni, si trovano nel reparto precauzionale. Si tratta di: persone che hanno commesso reati a sfondo sessuale: favoreggiamento/sfruttamento della prostituzione e abusi sessuali sui minori; di ex collaboratori di giustizia (poliziotti corrotti); dei collaboratori di giustizia che violano le leggi della malavita.
  • Detenuti in AIDS conclamato che si trovano in una sezione del reparto per malattie infettive, localizzato all’interno dell’infermeria.
  • Detenuti tossicodipendenti che si concentrano maggiormente in un reparto specifico.
  • Detenuti con pene lunghe: generalmente si tratta di omicidi che si trovano nel reparto denominato “penalino”.

Naturalmente in ognuno di questi reparti come in ogni gruppo ci sono delle differenze, dettate principalmente del funzionamento di personalità dei detenuti, ma anche dal tipo di gruppo. Vi propongo qualche esempio descrivendovi alcuni di questi gruppi.

Nel reparto precauzionale, dove si trova chi ha commesso reati definiti infamanti, il sospetto che ognuno percepisce verso l’altro raggiunge spesso livelli di paranoia. I detenuti, per il tipo di reato commesso, vengono isolati dai detenuti comuni e raggruppati in tre differenti sezioni.

Si tratta, come potete vedere dalla figura, di tre diversi tipi di reato: gli ex collaboratori di giustizia (poliziotti corrotti), coloro che commettono reati a sfondo sessuale e coloro che collaborano con la giustizia, spesso per avere degli sconti della pena: questi ultimi definiti “gli infami” nel gergo carcerario.

Tra i detenuti delle tre sezioni, che frequentano il gruppo, si verifica una reciproca ghettizzazione: i detenuti di ogni sezione rifiutano gli altri per il reato che hanno commesso, e, contemporaneamente, temono di non essere accettati per il proprio, ostacolando in tal modo la convivenza reciproca.


Figura 2. Tipologia dei detenuti



Detenuti transessuali

che hanno commesso reati e si trovano in una sezione specifica e isolata


Detenuti per reati infamanti isolati dai detenuti comuni sono collocati nel Reparto Precauzionale:

  1. ex collaboratori di giustizia es. poliziotti corrotti
  2. reati a sfondo sessuale favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione abusi sessuali sui minori
  3. collaboratori di giustizia violano le leggi della malavita


Detenuti in AIDS conclamato

Reparto specifico per malattie infettive all’interno dell’Infermeria


Detenuti tossicodipendenti

Si concentrano maggiormente in un Reparto Specifico


Detenuti omicidi

o con pene lunghe Reparto “Penalino”


Generalmente i reati a sfondo sessuale sono i meno accettati dai detenuti, mentre l’omicidio viene generalmente tollerato e non comporta, quindi, un isolamento dalla comune popolazione detenuta. Ciò fa riflettere poiché, malgrado l’omicidio sia indubbiamente un reato grave, i detenuti hanno un loro codice per cui commettere reati sessuali o collaborare con la giustizia è considerato molto più grave.

Per quanto riguarda, invece, i detenuti in AIDS conclamato la situazione si ribalta completamente, qui la paranoia lascia il posto alla fiducia, alla condivisione, al desiderio di affidarsi ed al bisogno di essere sostenuti. La malattia sembra avere una funzione di collante. La solidarietà che nel reparto precauzionale è quasi assente qui, invece, è altissima. I tratti paranoici così evidenti nel reparto precauzionale lasciano il posto a dei forti aspetti depressivi. Tali detenuti si trovano in una sezione speciale all’interno dell’infermeria, isolati da tutti gli altri e dalle attività dell’Istituzione, poiché possono contrarre infezioni opportunistiche dai detenuti comuni. Il fatto che siano gli altri ad essere pericolosi per la loro salute ribalta le loro percezioni, mostrando loro la gravità della patologia.

Essi si trovano a dover gestire un messaggio paradossale che peggiora la loro malattia, infatti se la situazione di salute migliora, restano confinati nel carcere, mentre, se peggiora, la loro permanenza in carcere risulta incompatibile con il regime carcerario e per legge possono uscire agli arresti domiciliari. Ciò provoca, naturalmente, il rifiuto delle cure e della collaborazione con i medici. Essi cercano, in questo modo, di uscire dal carcere abbassando il livello dei loro CD4

Una situazione molto diversa riguarda i detenuti con pene lunghe: generalmente si tratta di omicidi. Essi durante il giorno, differentemente dai detenuti in AIDS conclamato, sono liberi di partecipare alle attività dell’Istituzione e si muovono nel reparto con maggiore autonomia.

Le loro carcerazioni durano molti anni, durante i quali si abituano e si adattano alla vita in carcere. Molti di loro sono entrati in carcere con l’omicidio e non ne sono più usciti. In quelle mura iniziano a sentirsi protetti ed accettati e negli anni si integrano, raggiungendo una pseudonormalità di vita. Diventano esperti del comportamento in carcere, con il tempo imparano a non prendere rapporti disciplinari e a diventare figure di riferimento per gli altri.

Le difficoltà spesso si presentano con l’avvicinarsi dei permessi e della fine della pena, poiché mentre da una parte sentono il desiderio di uscire, dall’altra hanno paura, sia del mondo fuori dal carcere, con il quale hanno perso i contatti, sia delle difficoltà che possono trovare nel difficile reinserimento sociale e non sanno come potrebbero reagire. Temono che per loro sia impossibile reinserirsi in una società che non li accetta e che nel tempo è cambiata. In carcere sono diventati consapevoli della gravità del loro reato ma, spesso, non c’è stata negli anni una adeguata rielaborazione terapeutica.

Per quanto riguarda l’altra componente: il funzionamento di personalità.

Nella maggioranza delle situazioni che ho descritto ci troviamo di fronte ad un funzionamento borderline di personalità. I tratti di personalità con cui più frequentemente ci si confronta: sono tratti antisociali e possono essere presenti aspetti narcisistici, paranoici, istrionici.

Ciò che caratterizza, con diverso grado, tutte queste persone è una difficoltà a conformarsi alle norme sociali, a controllare gli impulsi ed a prevedere le conseguenze delle proprie azioni.

Accanto a questi tratti generali possono essere presenti, in base alla classificazione del DSM IV (Tabella 1):

  • tratti narcisistici legati, per esempio, ad un sé grandioso, alla mancanza di empatia, allo sfruttamento dell’altro, tipici dei tossicodipendenti da cocaina.
  • tratti più marcatamente istrionici legati, per esempio, alla rapida e mutevole espressione delle emozioni, ad atteggiamenti seduttivi e provocanti, tipici dei transessuali.
  • tratti paranoici legati al sospetto, alla diffidenza, al percepire minaccia o attacco dagli altri: un aspetto che accomuna molti detenuti e che può essere accentuato dal contesto dell’Istituzione, come accade per i detenuti del reparto precauzionale.
  • aspetti fortemente depressivi, comuni nei detenuti in AIDS conclamato, che nascondono e sovrastano la sottostante organizzazione di personalità.


Tabella 2. Funzionamento di Personalità



Tratti di Personalità

con cui più frequentemente ci si confronta


tratti antisociali

difficoltà a conformarsi alle norme sociali

a controllare gli impulsi

a prevedere le conseguenze delle proprie azioni


Possono essere presenti inoltre

esempio:


tratti narcisistici

sé grandioso

mancanza di empatia

sfruttamento dell’altro

tipici dei tossicodipendenti da cocaina


tratti istrionici

rapida e mutevole espressione delle emozioni

atteggiamento seduttivo e provocante

tipici dei transessuali


tratti paranoici

sospetto e diffidenza nei confronti degli altri

percepire minaccia o attacco dagli altri

aspetti che accomunano molti detenuti e che possono essere

accentuati dal contesto dell’Istituzione




Spesso, indagando nelle storie, ci troviamo di fronte a persone che hanno subito carenze familiari o sociali più o meno evidenti. A volte il reato diventa un modo per ribellarsi alle regole della famiglia e della società, un modo per esprimere con aggressività il proprio malessere psicologico. In altri casi è un corollario di altri comportamenti devianti: come avviene per i tossicodipendenti, che commettono furti e rapine per procurarsi la sostanza. In altre situazioni ancora il comportamento antisociale costituisce un modello appreso dalla famiglia d’origine: mi riferisco a persone che si trovano in carcere con il padre o con fratelli maggiori con cui hanno iniziato a commettere reati.

Descrivo ora brevemente le altre componenti che influiscono sul gruppo: la relazione tra i detenuti, il contesto del carcere e la relazione terapeutica.

Per quanto riguarda la relazione che i partecipanti instaurano tra loro; spesso è difficile per i detenuti potersi fidare di esprimere le proprie emozioni di fronte ad altri detenuti con i quali si è già instaurato un rapporto dove vigono le leggi del carcere, ovvero omertà, sfiducia, sospetto. La preoccupazione è provocata dal rischio di aprirsi e coinvolgersi: essi temono di perdere “l’immagine del detenuto” che li protegge: mostrare le fragilità può significare non avere più la forza per affrontare al di fuori del gruppo le mura del carcere

I gruppi nascono e crescono all’interno di una Istituzione e la relazione che i detenuti instaurano tra di loro è influenzata dal contesto in cui essa ha luogo. I detenuti a causa del funzionamento della loro personalità rifiutano le regole e vivono l’Istituzione carceraria come un nemico. Parte del lavoro consiste nel far comprendere ai detenuti il significato delle regole, delle punizioni e del controllo esercitati nell’Istituzione.

Naturalmente è necessario utilizzare la relazione terapeutica per far comprendere ai detenuti che le punizioni rappresentano una conseguenza delle loro azioni ed il controllo è, invece, esercitato per prevenire i rischi provocati dai loro comportamenti.

Durante il lavoro con i gruppi ogni persona viene messa di fronte alle conseguenze delle proprie azioni, le vengono mostrate le proprie difficoltà, così come le possibili risorse; contemporaneamente, si creano i presupposti affinché la persona possa affidarsi alla relazione terapeutica e fidarsi del gruppo a cui appartiene. Inizia in questo modo una rilettura critica della propria esistenza, che li accompagna verso il cambiamento. Si tratta spesso di una presa di coscienza dolorosa ma necessaria.

Il cambiamento che si ottiene lavorando con i gruppi in carcere si osserva principalmente dal comportamento dei detenuti all’interno dell’Istituzione. Essi diminuiscono considerevolmente i loro agiti nei confronti degli altri detenuti e degli agenti di polizia penitenziaria e, contemporaneamente, iniziano a fare progetti concreti rispetto alla loro vita dentro e fuori dal carcere, oppure, come nel caso dei detenuti in AIDS conclamato, iniziano ad accettare le cure (Tabella 2).


Tabella 3. Cambiamenti attesi


Obiettivi di cambiamento

  • Gestione delle emozioni.
  • Diminuzione dell’impulsività e degli agiti.
  • Aumento della partecipazione alle attività intramurarie: scolastiche, lavorative, ricreative.
  • Relazioni con i familiari: famiglia d’origine e famiglia attuale.
  • Rapporti con la polizia penitenziaria.
  • Rapporti con il mondo esterno (difficoltà o paura nel gestire la propria autonomia e libertà).
  • Relazioni tra detenuti.
  • Rapporti con la legge.
  • Progetti futuri e motivazione ad eventuali percorsi terapeutici.
  • Affrontare la depressione indotta dalla malattia (detenuti in AIDS conclamato).
  • Accettazione della malattia e delle cure (detenuti in AIDS conclamato)


Ho parlato sino ad ora di ciò che accade nei gruppi in carcere e di quali sono le componenti coinvolte è necessario però allargare ulteriormente il contesto. Spesso, infatti, viene coinvolto il sistema che si estende fuori dalle mura del carcere e che interessa naturalmente anche la famiglia ed il contesto sociale di appartenenza. Intorno ad essi si costruisce la vita della persona e bisogna tenerne conto quando si pensa alla riabilitazione.

E’ utile sottolineare che l’Istituzione carceraria può rappresentare un momento importante per porre la persona di fronte a sé stessa, aiutandola a riflettere sul reato che ha commesso, per arrivare a questo obiettivo è necessario infatti poter bloccare i comportamenti della persona e contemporaneamente contenerla, obbligandola in questo modo a confrontarsi con sé stessa.

Ciò può rappresentare per chi lavora con queste situazioni un’occasione da non perdere. Si tratta di un momento di isolamento dalla società durante il quale la consapevolezza del reato e lo sconto della pena si intrecciano tra loro, per porre le basi per la necessaria cura e riabilitazione.

Vorrei concludere tornando alla domanda di oggi: ci stiamo chiedendo come vanno le cose dopo 30 anni di impegno nelle Istituzioni.

Penso che sono stati fatti passi importanti ma il percorso è ancora lungo. Per poter proseguire il cammino dobbiamo considerare il reato come un episodio che si inserisce nella vita di una persona che spesso ha delle difficoltà personali, familiari, sociali e rappresenta l’espressione di un malessere. Naturalmente come avviene con ogni sintomo, per arrivare alla cura bisogna lavorare sulle cause che lo hanno provocato e che contribuiscono ad alimentarlo.

All’interno di questa visione i gruppi in carcere potrebbero costituire una realtà costante e consolidata ed essere anche integrati da un lavoro psicoterapeutico individuale. Malgrado la riabilitazione e la cura siano previste da una Legge che ha segnato una svolta importante e che ormai ha quasi 30 anni; mi riferisco alla riforma penitenziaria: la Legge 354 del ‘75 di fatto sono ancora difficili da realizzare e rappresentano ancora una realtà isolata anziché un diritto che invece è necessario e indispensabile.


Abstract

Il reato è un episodio che si inserisce nella vita di una persona che spesso ha delle difficoltà personali, familiari, sociali; il comportamento criminale costituisce un sintomo sul quale è necessario intervenire. Su questo presupposto si basa un’esperienza di lavoro nel carcere romano di Rebibbia, dove sono attivi dei gruppi con i detenuti. I gruppi coinvolgono differenti tipologie di detenuti che presentano un problema di dipendenza dalle sostanze, generalmente eroina o cocaina, e/o problematiche psichiatriche; sono coinvolti detenuti che hanno commesso diversi tipi di reato quali il furto, la rapina, i reati a sfondo sessuale, fino all’omicidio.

Il presente lavoro descrive i differenti tipi di gruppi e i diversi funzionamenti di personalità dei detenuti, mettendo in evidenza il ruolo ed i compiti che svolge l’esperto che opera all’interno delle Istituzioni.

When someone commits a crime always have personal, family or socials problems. The criminal action is frequently a symptom of illness and is absolutely necessary to follow a treatment. This is the presupposition of active action in Rebibbia, a prison in Rome, where we are developing therapeutic program groups with prisoners. A group involves different typologies of prisoners having problems with drugs specially heroine or cocaine and/or psychiatric problems. The groups are attended by prisoners who committed different crimes like theft, robbery, sexual crime and murder.

This work describes how the different types of groups and the different organization of prisoner’s personality are treated by specialists and shows how a psychologist should work in a house of correction.

El crimen es un episodio que se inserta en la vida de una persona que a menudo tiene dificultades personales, familiares, sociales; el comportamiento criminal constituye un síntoma en el cual es necesario intervenir. Sobre este presupuesto se basa la experiencia de trabajo en la cárcel romana de Rebibbia, donde son activos grupos con los detenidos. Los grupos involucran diferentes tipologías de detenidos que presentan un problema de dependencia a las sustancias, generalmente heroìna o cocaína, y/o problemáticas psiquìatricas; son involucrados detenidos que han cometido distintos tipos de crimenes como robo, asalto, el crimen con trasfondo sexual, hasta el homicidio.

El presente trabajo describe los diferentes tipos de grupos y las distintas organizaciones de la personalidad de los detenidos, poniendo en evidencia el rol y las tareas que desarrolla el experto que obra al interno de las instituciones.

Bibliografia:

  1. American Psychiatric Association, “DSM IV Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” Masson, Milano, 1995.
  2. Cancrini L. “Schiavo delle mie brame: storie di dipendenza da droghe, gioco d’azzardo, ossessioni di potere”. Frassinelli Edizioni, Milano, 2003.
  3. De Leo G., Patrizi P., “Psicologia della devianza” Carrocci, Roma, 2002.
  4. De Leo G. “Lo psicologo criminologo” Giuffrè, Milano, 1989.
  5. Di Gennaro G., Breda R., La Greca G. “Ordinamento penitenziario e misure alternative alla detenzione”, Giuffrè, Milano, 1997.
  6. Kernberg O. Clarkin J.F., Teomans F.E., “Psicoterapia delle personalità borderline”. Bollati Boringhieri, Milano, 2000.

Dr.ssa Aurora Rossi Psicologa e Psicoterapeuta. Tutti i diritti riservati