Delitti d'Amore

quando la passione si trasforma in crimine

 


Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.


Odio ed amo. Perché lo faccia, forse richiederai.

Non so, ma lo sento accadere e mi torturo.

(Catullo, Canto LXXXV )

 

Introduzione

La prima considerazione da cui partire si riferisce al fatto che la maggioranza dei cosiddetti “omicidi d’amore” si consumano tra persone che si conoscono. Essi si realizzano, infatti, all’interno di una relazione tra individui che hanno o hanno avuto un legame da loro stessi ritenuto importante.

A ciò si aggiunge che l’omicidio all’interno delle coppie ha di solito come personaggio principale attivo l’uomo e come protagonista passiva la donna. L’omicidio è sempre l’epilogo drammatico di una relazione che, come vedremo, è contraddistinta da maltrattamenti ripetuti, percosse e, spesso, anche abusi fisici e/o psicologici. Quando invece è la donna a essere l’autrice del delitto, il fattore precipitante è, anche in questo caso, provocato da un lungo periodo di maltrattamenti da parte del partner che poi diverrà vittima dell’omicidio. I delitti d’amore sono un fenomeno che, come confermano le statistiche, ha larga diffusione e non solo in Italia.

Quello che intendo proporre in queste pagine è un’osservazione di cosa accade nella relazione tra due persone che sono unite da un importante rapporto interpersonale. Dove possono essere ricercate le cause delle relazioni patologiche; ovvero cosa può spingere due individui che si amano a farsi tanto del male. In ogni caso si tratta di soggetti con importanti difficoltà psicologiche personali, le quali trovano nutrimento in un terreno relazionale. Il rapporto con l’altro fornisce la base emotiva per costruire e, nello stesso tempo, è anche il luogo in cui tutto ciò che nasce, può essere distrutto. La relazione con l’altro è il contenitore in cui si sprigionano tutte le emozioni positive e negative, frutto di un’inadeguata elaborazione personale.

Per parlare di crimini d’amore è utile analizzare come si forma una relazione sentimentale seguendo tutto il processo che porta dall’innamoramento alla costruzione di un rapporto, ciò è utile per comprendere come possa nascere e svilupparsi all’interno di un percorso sentimentale naturale una relazione che, invece, è patologica.


L’innamoramento

L’innamoramento è un momento di attivazione molto forte a livello affettivo, mentale e fisico. I sentimenti di esaltazione, annullamento, ansia e felicità che lo accompagnano sono, infatti, caratteristici di una situazione di forte investimento emotivo, su una relazione nuova che crea una sorta di vero e proprio sbandamento.

Le emozioni intense e profonde trascinano le persone coinvolte in un viaggio affascinante e avvincente, con sentimenti che sono tipici di questo stato mentale e, quindi, facilmente riconoscibili da chi ha avuto modo di conoscerle.

A livello neurofisiologico l’innamoramento provoca un generale stato di attivazione da cui scaturisce un diffuso benessere psicofisico. La perdita totale o temporanea di tale benessere, dovuto, per esempio a una separazione, può causare uno stato di frustrazione difficile da gestire ed elaborare per chi presenta una determinata organizzazione di personalità. Ciò aiuta a comprendere cosa accade nel momento in cui il comportamento dell’altro non soddisfa più i bisogni attesi e soddisfatti fino allora.

La capacità di innamorarsi è un pilastro fondamentale nella vita di coppia, a livello psicologico implica la capacità di collegare l’idealizzazione dell’altro con il desiderio basato sul reale, cui si collega la capacità di stabilire una relazione oggettuale profonda.

A tal proposito Freud nel 1921 definisce l’innamoramento come una fase in cui l’individuo va incontro a un fenomeno di scissione dell’Io, che porterebbe l’innamorato a proiettare sull’altro aspetti di sé idealizzati, riferiti in particolare all’ideale dell’Io, provocando in questo modo una temporanea sospensione dello spirito critico.

Tale fase d’innamoramento in un rapporto che dura si trasforma, con il tempo, ed evolve in una relazione sostenuta da uno scambio reciproco di condivisione di risorse e obiettivi, necessari per rispondere alle esigenze biologiche, sociali ed evolutive della coppia. Ciò significa che una primissima fase d’innamoramento può essere legata a una sospensione delle valutazioni razionali e obiettive sull’altro, che può portare a confondere l’immagine dell’altro, visto diverso da com’è realmente e filtrato dai propri desideri oppure, in altre situazioni, condizionato dalle paure personali. Si tratta di una fase transitoria d’illusione che nei rapporti che vanno avanti si trasforma in una valutazione dell’altro maggiormente realistica e obiettiva.

Infatti, il rapporto in seguito subisce delle trasformazioni ricomponendosi in una visione più integrata del sé separato dall’altro, si tratta di un processo più funzionale alle esigenze della vita di una coppia impegnata in più fronti della realtà esterna e che necessità di tenere conto dell’esame di realtà oltre che delle sole soddisfazioni emotive.

Quando due persone iniziano una relazione con loro s’incontrano anche le aspettative, i desideri, le rappresentazioni interne delle relazioni (strutturate attraverso i primi rapporti significativi), le precedenti relazioni sentimentali, le paure personali che si proiettano sull’altro e/o sulla relazione. Tutti questi elementi si mescolano tra loro e agiscono nel rapporto in modo più o meno consapevole. Ciò da vita a relazioni specifiche date da quel particolare incontro, rese ancora più uniche dal momento specifico della vita in cui l’incontro avviene.

Questi processi si verificano in tutte le coppie nel momento in cui nasce e si struttura una nuova relazione. Le coppie sane, però, sono in evoluzione e questi momenti sono funzionali e necessari al raggiungimento di un nuovo equilibrio. Le relazioni patologiche, invece, si cristallizzano, bloccando i propri processi di evoluzione e, di conseguenza, con il tempo amplificano le loro disfunzioni.

Il legame di coppia è il terreno in cui si possono giocare le proprie difficoltà e problematiche personali anche se a volte ciò avviene nel tentativo di risolverle. Molti incontri con funzione di “copione” ripropongono modelli appresi nell’infanzia durante il rapporto con le relazioni parentali significative, oppure osservati nella propria famiglia d’origine, e nella vita adulta le persone ripresentano quel modello, talvolta disfunzionale, nel tentativo estremo di trovare una riparazione ad una ferita emotiva subita durante l’infanzia. Si tratta di ciò che Freud nei suoi scritti definì “coazione a ripetere”. Molte relazioni che poi si cristallizzano proponendo modelli patologici hanno a che vedere con una certa ripetitività rigida di esperienze affettive e relazionali primarie.

L’innamoramento costituisce dunque la prima fase della costruzione della coppia, nella quale le differenze individuali restano maggiormente sullo sfondo, mentre gli innamorati sono, invece, assorbiti e concentrati su ciò che li accomuna e li avvicina, facendoli sentire così “unici”. Le difficoltà della coppia fanno la loro comparsa in un momento successivo, in cui l’energia messa in moto dall’innamoramento inizia a cambiare direzione, canalizzandosi verso una ricerca più razionale e obiettiva nel rapporto con l’altro e maggiormente ancorata all’esame di realtà.

L’innamoramento ha da sempre incantato poeti e scrittori proprio grazie alle emozioni intense che circolano e alle sensazioni forti e uniche che si provano. Ma, in quanto fase, essa implica la possibilità di evoluzione del rapporto, che si fonda sulla capacità degli innamorati di essere pronti a far evolvere il sentimento assecondando, in questo modo, la crescita della relazione.


Dalla violenza fisica e psicologica all’omicidio

Secondo i dati pubblicati dall’Unicef nel 2000 ogni ora, nel mondo, quasi seimila donne subiscono abusi fisici e/o sessuali, sono perseguitate o uccise dal loro partner o ex-partner. Mentre in Italia i dati dell’Eu.r.e.s. (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali) del 2002 rilevano che ogni novantasei ore una donna viene uccisa dal proprio marito attuale o ex, fidanzato o convivente.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto che la violenza è la prima causa di morte delle donne tra i 16 ed i 44 anni, più delle malattie e degli incidenti stradali (Krug, Dahlberg, Mercy, Zwi, Lozano, 2002).

Numerose ricerche evidenziano che in generale la violenza interpersonale nella coppia è un fenomeno trasversale che non ha confini geografici, distinzioni culturali, di status sociale o di età (Baldry, 2003; Dutton, Nicholls, 2005, Gelles, Straus, 1988).

Per avere qualche cognizione in più rispetto alla realtà italiana i dati dell’Eu.r.e.s. relativi al 2004 evidenziano che nel 2003, il 28,7% del numero complessivo degli omicidi in Italia sono avvenuti in ambito familiare. Di questi una grossa percentuale si è consumata nella coppia per opera del partner.

Entrando maggiormente nei dati possiamo analizzare più da vicino il fenomeno prendendo in esame i dati dell’Eu.r.e.s. che si riferiscono al quinquennio 2000-2004 in Italia.

Gli omicidi in ambito domestico all’interno di una relazione intima hanno coinvolto 95 donne che nel 64,2% sono state uccise dal marito o convivente, nel 24,2% dal ex-marito o convivente, nel restante 11,6% dei casi dal fidanzato o amante. L’età media delle vittime è di 46,4 anni (range 18-80 anni).

I dati evidenziano che i casi di uxoricidio sono distribuiti su tutto il territorio nazionale, anche se esiste una concentrazione maggiore nelle regioni di nord-ovest: Lombardia e Piemonte, seguite in ordine decrescente da Lazio e Liguria, dalla Toscana, e per ultime dall’Umbria e dalla Campania.

Può essere interessante anche osservare che nel 43,2% queste donne sono state uccise con un’arma da fuoco, nel 25,3% dei casi con un’arma da taglio, 12,6% per strangolamento, nel 5,3% con un corpo contundente, nel 4,2% con percosse, nel 3,2% per precipitazione e infine sempre nel 2,1% per speronamento e per uso di arma impropria, mentre solo una donna risulta uccisa per soffocamento (Baldry, 2008).

Ci sono dei fattori cosiddetti di rischio che fanno aumentare la possibilità di commettere dei delitti d’amore, tra questi rientrano fatti ed eventi accaduti nella vita della persona, tratti di personalità e circostanze in cui avviene il fatto. I fattori di rischio possono agire sia direttamente, incidendo sui pensieri omicidi e sulla possibilità di commetterli, sia indirettamente attraverso una diminuita capacità cognitiva e comportamentale del soggetto di inibire i pensieri distruttivi e di fare del male alla vittima, aumentando così il rischio di omicidio.

Nella maggioranza dei casi i delitti d’amore sono preceduti da aggressioni fisiche e/o sessuali e minacce. Coloro che uccidono la compagna hanno avuto in precedenza numerosi fallimenti relazionali, contraddistinti da altrettante storie di maltrattamenti. Spesso l’omicidio per amore rappresenta il punto di arrivo in cui sfocia violentemente la gelosia, il possesso, il desiderio di un controllo esclusivo sull’altro.

I maltrattanti in generale e gli uxoricidi in particolare spesso manifestano comportamenti con i quali impediscono alla compagna qualsiasi tipo di autonomia come uscire da casa, lavorare, frequentare degli amici e si mostrano gelosi per qualsiasi attenzione reale o immaginata verso gli altri, specie se uomini. La gelosia ossessiva e il senso di possesso perdurano anche dopo la cessazione della relazione. In molti casi di uxoricidio presi in rassegna dalle sentenze dei Tribunali e dalle ricerche, spesso si rileva che l’omicida stesso giustifica il proprio comportamento come frutto di una sorda e devastante gelosia nei confronti della partner (Wilson, Johnson, Daly, 1995).

Naturalmente accanto alle caratteristiche di chi uccide per amore, vanno anche considerate le caratteristiche della vittima che sono legate alla sua storia, all’organizzazione di personalità e alle circostanze che possono avere aumentato il rischio dell’uccisione. Questi elementi sono definiti fattori di vulnerabilità, poiché la loro presenza può fare aumentare i rischi per la vittima di essere uccisa. Essi possono, infatti, accrescere la probabilità che la donna intraprenda una relazione con un uomo pericoloso per lei, per esempio impedendole di percepire i rischi che corre in tale relazione, oppure non permettendole di mettere in atto delle strategie difensive nel momento in cui si accorge del pericolo.

Naturalmente possono essere identificati anche dei fattori di rischio della coppia, indicativi di un rapporto problematico, evidenziabili all’interno della relazione, mi riferisco ad atteggiamenti, sentimenti, comportamenti tra i partner, alla qualità del legame emotivo, ai ruoli che si stabiliscono all’interno della coppia e alla modalità di interazione tra i partner.

Uno tra i più importanti fattori di rischio di uxoricidio è la presenza di maltrattamento fisico, sessuale e/o psicologico all’interno della coppia (Aldridge, Brown, 2003). Infatti, spesso prima del crimine vengono riscontrati dei maltrattamenti, mentre le violenze s’incrementano in termini di frequenza ed intensità nel periodo precedente l’omicidio, si tratta di minacce di morte, di suicidio, intimidazioni con armi, tentativi di strangolamento, costrizioni ad avere rapporti sessuali ed abuso psicologico. Spesso gli episodi di violenza s’intensificano ulteriormente dopo una separazione o un tentativo di interrompere la relazione.

I dati dell’Eu.r.e.s. riguardanti il quinquennio 2000-2004 evidenziano ancora che il 40% delle donne italiane uccise dal proprio partner si erano già separate quando sono state uccise o stavano per farlo. Talvolta il partner dopo essere stato lasciato inizia a perseguitare la vittima con pedinamenti, minacce, telefonate indesiderate, messaggi e-mail o sms. La presenza di comportamenti di persecuzione in concomitanza con i maltrattamenti è un importante fattore di rischio di violenza letale (Johnson, Hotton, 2003).

Gli operatori che lavorano con donne maltrattate riferiscono di avere sentito spesso dalle stesse donne di non voler lasciare il partner per la paura dell’escalation della violenza, perché temono che le minacce si possano trasformare in atti. È necessario essere a conoscenza che esiste un rischio elevato di violenza letale, ma proprio per questo motivo è necessario attuare progetti di gestione del rischio, che siano realizzati insieme a interventi adeguati per tutelare l’incolumità della vittima.


La legislazione nei reati di violenza e omicidio

Molti omicidi che ora sono identificati come “delitti d’amore” in passato sarebbero stati definiti “delitti d’onore”. Il nostro Codice Penale prevedeva l’art. 587 che forniva disposizioni in caso di omicidio o lesione personale per cause d’onore. Tale articolo è stato soppresso nel 1981 con la Legge n°442 che abrogava la rilevanza penale della causa d’onore.

In una società moderna e culturalmente avanzata, infatti, i delitti d’onore non possono più essere definiti tali, almeno esplicitamente, anche se il principio generatore del delitto passionale e di quello d’onore è simile, poiché si tratta di delitti commessi per salvaguardare l’onore della famiglia. Se il delitto d’onore era interpretato come il tentativo di proteggere, salvaguardare l’onore, lo status della famiglia all’interno della società, adesso questi delitti sembrano avere assunto una dimensione più privata, perché in questa direzione si è modificata la società, la famiglia e le relazioni interpersonali. Il movente dell’assassinio resta comunque l’essersi sentiti traditi, umiliati (Baldry, 2008).

Il tradimento è spesso legato al sentire di avere perso insieme controllo e potere, poiché le iniziative e decisioni autonome del partner tolgono il controllo sull’altro e sulla gestione della relazione. Spesso si tratta di uomini che non sono in grado di gestire la rottura del legame o sono minacciati dalla paura di perdere l’oggetto d’amore. Di conseguenza si mostrano incapaci di elaborare il lutto per la separazione. L’intensa rabbia provocata dall’interruzione della relazione, che è legata al sentirsi abbandonati dall’altro, rappresenta un sentimento normale in una separazione ma in queste situazioni non tende però a trasformarsi gradualmente, bensì si cristallizza.

Il futuro aggressore soffre per questo evento traumatico che si trasforma in una ferita narcisistica e, così, il trauma non è elaborato. Ciò significa che la rabbia non progredisce nelle successive fasi del lutto, in cui subentra il dolore per la perdita e le altre intense emozioni, che con il tempo lasciano spazio ad una elaborazione più razionale ed oggettiva di ciò che è accaduto.

Il futuro omicida inizia a maturare l’idea che la colpa di ciò che sta accadendo è dell’altro, negando ogni responsabilità personale. Inizia allora un periodo d’incubazione, dove il trauma della separazione, piuttosto che essere elaborato, provoca un’intensificarsi della rabbia verso l’ex partner, percepito come la causa del proprio malessere. Iniziano così i pensieri ossessivi di preoccupazione e fissazione sull’evento traumatico e possono, inoltre, emergere idee paranoiche. Infatti, il futuro omicida esagera ed estremizza ogni comportamento della futura vittima e ogni episodio che accade.

Proprio poiché l’elaborazione della separazione non evolve, la rabbia irrigidita non lascia spazio alla riflessione e all’autocritica. In questo modo resta legata all’altro ogni attribuzione di responsabilità e colpevolizzazione per la fine della relazione e si avvia un comportamento di sovraeccitazione che, in taluni casi, conduce all’omicidio. Ne consegue che molti reati di violenza sono scatenati proprio dalla rabbia intensa che non trova una canalizzazione.

Alcuni articoli nel nostro Codice Penale regolano i reati provocati dalla violenza; essi vanno dalle semplici percosse fino all’omicidio con dolo, a essi si accompagnano anche alcune Leggi specifiche.

In particolare per quanto riguarda la violenza nella famiglia esiste il reato di “maltrattamento in famiglia” previsto dall’art. 572 che incrimina chi commette atti lesivi dell’integrità fisica o psichica o della libertà o del decoro della vittima, nei confronti della quale avviene una condotta di sopraffazione sistematica e programmatica. Condotta che può essere rivolta contro il coniuge o contro i figli. Chi si rende responsabile di questo reato è sanzionato con la reclusione da uno a cinque anni. Si tratta di comportamenti lesivi reiterati nel tempo ed è estendibile, come afferma la Corte di Cassazione, a “qualsiasi comportamento commissivo ed omissivo tendente ad infliggere sofferenze” (c.f.r. Cass. Pen. Sez. 6 del 16 maggio 1996).

In generale i reati che contraddistinguono i comportamenti violenti nel nostro Codice Penale sono identificati con:

Percosse, art. 581, riferito a chi percuote qualcuno. Se dal fatto non deriva alcuna malattia per il corpo o per la mente, è punibile a querela, con la reclusione fino a sei mesi o con la multa.

Lesione personale, art. 582, riferito a chi provoca a qualcuno una lesione grave da cui deriva una malattia per il corpo o per la mente, è punibile con la reclusione da tre mesi a tre anni.

Lesione personale grave, art. 583, 1° comma, se dal fatto deriva una malattia che mette a rischio la vita della persona offesa, una malattia o un’incapacità ad attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore a quaranta giorni, si applica la reclusione da tre a sette anni.

Lesione personale gravissima, art. 583, 2° comma, se il fatto produce un indebolimento permanente di un senso o di un organo, in questi casi si può applicare la reclusione da sei a dodici anni.

Ai suddetti articoli si aggiunge il reato di violenza privata, art. 610, riferito a chi con violenza o minaccia costringe gli altri a fare, tollerare oppure omettere qualcosa, ed è punito con la reclusione fino a quattro anni.

I successivi livelli di gravità nel Codice Penale sono identificabili nel reato di omicidio, che è distinto in:

Omicidio preterintenzionale, art. 584, che riguarda chi provoca la morte a qualcuno a seguito della commissione di percosse o lesioni ed è punibile con la reclusione da dieci a diciotto anni.

Omicidio colposo, art. 589, si riferisce a chiunque provoca per colpa la morte di una persona ed è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Omicidio, con dolo, art. 575, che punisce chi provoca la morte di qualcuno ed è punibile con la reclusione non inferiore a ventuno anni.

Nel 2001 l’introduzione della Legge 154, denominata: misure contro la violenza nelle relazioni familiari, ha permesso di introdurre innovazioni nell’Ordinamento Civile e Penale per contrastare il problema della violenza familiare garantendo una rapida, anche se temporanea tutela di chi subisce la violenza, apportando delle novità normative. La Legge prevede, infatti, che sia l’autore della violenza a doversi allontanare dal domicilio familiare, evitando in questo modo alla vittima di doversi rifugiare in un luogo protetto e sconosciuto per salvaguardare se stessa o i propri figli. Con questa Legge è stata introdotta una nuova misura cautelare: allontanamento dalla casa familiare (art. 1 Legge 154/2001, art. 282/bis c.p.p.) che impone a chi commette violenza l’obbligo di lasciare immediatamente la casa familiare, di non farvi rientro e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice, cui possono aggiungersi ulteriori divieti di tutela, come il divieto di avvicinarsi ai luoghi normalmente frequentati dalla persona offesa, quali, per esempio, il lavoro o il domicilio della famiglia d’origine.

Il nostro diritto penale prevede che l’uomo sia responsabile delle proprie azioni e per essere responsabile deve poter capire la minaccia di sanzione a lui rivolta, affinché possa scegliere se compiere determinate azioni, in modo che il rischio della sanzione possa essere sufficiente a regolare la sua condotta. La persona deve essere in grado di autodeterminarsi scegliendo volontariamente di fare ciò che ritiene opportuno.

L’art. 85 del Codice Penale afferma che: “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. Ed è imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere”. La capacità di intendere si riferisce all’attitudine della persona a conoscere la realtà esterna e al rendersi conto del valore sociale degli accadimenti. La capacità di volere si riferisce, invece, alla capacità della persona di autodeterminarsi in funzione di uno scopo.


L’omicidio come atto impulsivo

In natura si rileva una grande differenza tra uccidere un soggetto della stessa specie o diversa. In generale comportamenti legati all’uccisione dell’altro, come la predazione, sono interspecifichi e rientrano nelle finalità biologiche della sopravvivenza della specie. E’ rara la morte provocata all’interno della stessa specie proprio perché ha il significato di indebolire la forza del gruppo ed è quindi considerato un gesto anti-biologico. Per uccidere un proprio simile, l’animale deve trovarsi in condizioni particolari come quelle sperimentate in cattività. L’uomo invece compie omicidi intraspecifici verso un individuo della sua stessa specie, anche se non si trova in condizioni particolari (Andreoli, 1996).

L’omicidio è nella maggioranza dei casi è un atto impulsivo scaturito dall’incapacità di gestire ed elaborare le emozioni; in particolare, come abbiamo visto, si tratta della rabbia che non trovando una canalizzazione razionale, frutto di una presa di consapevolezza e di un ragionamento, esplode in modo distruttivo per annientare l’oggetto della relazione considerato come causa del proprio malessere.

Nei delitti d’amore l’altro, precedentemente amato, improvvisamente viene caricato di odio proprio per le emozioni negative che con il suo comportamento o con le sue parole ha suscitato. Le emozioni sono vissute con tutta la loro intensità sia nel bene, che nel male, senza l’opportunità di una mediazione razionale, la quale avrebbe, invece, la funzione di bloccare l’agito, impedendo l’azione violenta, e stimolando la possibilità di trovare una differente canalizzazione alla rabbia.

Freud nel lontano 1915 scrive: “il nostro inconscio non mette in atto l’uccisione, ma semplicemente la immagina e la desidera”. Considerando come la fantasia possa essere naturale, di per sé e non rappresenta un pericolo. Il problema dell’impulso è invece legato all’atto, alla realizzazione di una fantasia, di un desiderio che non è ostacolato e impedito da un pensiero lucido e razionale, in cui sia valutato l’atto e le relative conseguenze. Il controllo razionale sul proprio comportamento non blocca l’azione. Ciò che accade negli acting-out, in altre parole in tutti quei comportamenti impulsivi e istintivi in cui non c’è un passaggio intermedio tra impulso e comportamento.

L’impulsività è, spesso, un tratto di personalità specifico di una particolare organizzazione di personalità come può essere una persona che funziona ad un livello di tipo borderline.

Con funzionamento borderline intendo riferirmi alla teorizzazione di Kernberg (1985), il quale lo definisce come una modalità pervasiva di funzionamento dominata dalla prevalenza di meccanismi difensivi basati sulla scissione: identificazione proiettiva, negazione, idealizzazione primitiva, onnipotenza e svalutazione.

A ciò corrisponde un difetto d’integrazione delle immagini relative al sé ed agli oggetti che provoca l’attivazione di immagini scisse del sé o dell’oggetto che diventano totalmente buone o totalmente cattive, sovraccariche di amore o di odio. Le rappresentazioni psichiche cattive sono vissute con aggressività mentre quelle buone vengono idealizzate in chiave difensiva.

La persona che vive questo tipo di esperienza diventa sempre più dipendente dalle sue rappresentazioni idealizzate e può arrivare a vivere, se queste difese cadono, livelli di angoscia insostenibili. Il comportamento difensivo più comune, a questo punto, è basato sulla separazione nel tempo dei vissuti e sull’alternanza di comportamenti rigidi e contraddittori del sé e degli oggetti (Cancrini, 2006).

Tutto ciò struttura delle relazioni con l’altro basate sulla continua alternanza dei sentimenti, e dominate dalla mancanza di stabilità nel rapporto che nei momenti di grossa crisi possono arrivare fino a vere e proprie esplosioni di violenza impulsiva e, quindi, all’omicidio.

Una parte della letteratura ha cercato di investigare la psicologia del criminale violento esaminando i collegamenti tra la personalità e la violenza. Un primo modello fu proposto da Megargee (1966), il quale ipotizzava che il reato avveniva quando l’istigazione alla violenza, mediata dalla rabbia, eccedeva il livello di controllo individuale dei sentimenti e delle pulsioni aggressive. Secondo questa teorizzazione una persona “ipocontrollata” è dotata di fattori inibitori molto bassi, e quindi agisce frequentemente in una maniera violenta se percepisce una provocazione, mentre una persona “ipercontrollata” presenta fattori inibitori estremamente forti, di conseguenza la violenza si verifica se la provocazione è intensa o perdura per lungo tempo. Megargee sosteneva, inoltre, che una personalità ipercontrollata si trovava in coloro che avevano commesso atti di violenza estrema, ma non in coloro che avevano storie di aggressioni minori ma frequenti.

Studi successivi (Quinsey e coll., 1983; Henderson, 1983) hanno confermato che ci sono deficienze nel comportamento assertivo dei criminali ipercontrollati e che i soggetti con carenze del controllo, dimostrate nelle misurazioni psicometriche, presentano difficoltà nel controllare il proprio umore e nell’evitare le liti.

Il controllo, l’inibizione di alcuni comportamenti, l’aderenza alle norme sociali sono funzioni psichiche che a livello neuropsicologico hanno la loro principale sede nei lobi frontali e prefrontali del cervello. Come dimostrano molti casi di pazienti che a seguito di lesioni cerebrali localizzate nelle aree frontali del cervello perdono la capacità di inibire i propri comportamenti, e possono assumere un atteggiamento disinibito, provocatorio, irascibile nelle varie situazioni, indicativo d’incapacità di controllo e modulazione sulle proprie azioni.

I crimini commessi impulsivamente sono nella maggior parte motivati dalla rabbia. Si tratta, spesso, come gli stessi criminali riferiscono, di una rabbia intensa accompagnata da forte irritabilità. La vittima in alcuni casi può essersi comportata in modo provocatorio ma l’intensa irritabilità può anche precedere la provocazione. Così l’emozione di rabbia/irritabilità insorge indipendentemente e costituisce un intenso atto emotivo. Può essersi verificata una minima provocazione o uno stress esterno prima dell’incontro con la vittima. Si tratta di persone che nella loro storia hanno già dimostrato una bassa soglia per la risposta violenta e rispondono alla minima provocazione.

L’omicidio può essere scatenato dalle parole o azioni della vittima che provocano una ferita all’autostima, generando sensazioni di umiliazione e svalutazione da cui scaturisce la rabbia. Si tratta di persone che presentano un’autostima fragile e labilmente regolata e tali ferite danno esito a una reazione d’ira estrema ed a volte prolungata.

L’omicidio può anche scatenarsi in seguito ad una perdita reale o immaginata dell’altro ritenuto come importante, necessario. Tale paura legata all’angoscia di perdere l’altro provoca sensazioni di estrema ansia, sofferenza e/o rabbia che portano all’omicidio. Molti dei crimini commessi nelle relazioni d’amore sono scatenati anche semplicemente dalla gelosia sia provocata dall’avere scoperto una reale infedeltà del partner ma sovente anche a causa di una gelosia patologica: immaginaria o delirante dalla quale scaturisce l’omicidio per vendicarsi dell’altro.

Nonostante ciò un’alta percentuale dei delitti d’amore non sono premeditati ma sono scatenati da un’incontrollata scarica emotiva momentanea e improvvisa che provoca un’esplosione più o meno cosciente che porta ad un raptus improvviso legato ad una forte emozione esperita in quel momento.

La gelosia è spesso anche il movente per cui si uccide il partner, dietro cui si cela la profonda paura di perdere l’oggetto d’amore. La gelosia si lega a una profonda insicurezza, a una carenza di autostima ed all’idea che l’altro debba essere in proprio possesso. La separazione è vissuta come una ferita narcisistica: la persona gelosa si sente offesa nel suo amore e nell’opinione che ha di se stesso, il gesto estremo legato all’omicidio è spesso provocato dall’ira piuttosto che dal dolore. Solo però le forme di gelosia estrema o patologica sfociano nell’omicidio.

Alcune forme di gelosia sono consapevoli e la persona stessa soffre per i pensieri sull’infedeltà del partner che diventano ossessivi, altre più estreme forme di gelosia arrivano a veri e propri deliri in cui la persona si convince dell’infedeltà del partner nonostante non ci siano dati di realtà che possano fare pensare a tradimenti, in questi casi ci troviamo di fronte ad un vero e proprio disturbo psicopatologico.

In alcuni casi, infatti, i delitti d’amore sono caratterizzati da sentimenti ed emozioni che si cristallizzano in senso psicopatologico fino a predominare sull’attività psichica in modo esclusivo ed invadente, tanto da arrivare ad alterazioni della condotta. E’ come un tarlo che s’insinua nella mente logorando lentamente i pensieri. E’ in questo modo che si strutturano i cosiddetti crimini premeditati, che sono frutto di una lenta maturazione di pensieri che pian piano paralizzano i poteri di critica e giudizio e superano ogni controllo razionale.

Talvolta si riscontrano anche situazioni estreme in cui l’omicida dopo avere ucciso il partner si uccide a sua volta. Da un punto di vista criminodinamico l’omicidio-suicidio è di solito un atto pianificato, svolto in due tempi, mentre più di rado il suicidio segue impulsivamente a un omicidio d’impeto del quale il soggetto si è subito pentito. Dopo avere ucciso il partner e avere distrutto quel legame simbiotico, nutrito dall’insicurezza e dalla mancanza di autostima, l’omicida trova come soluzione per se stesso il suicidio. La relazione che si è stabilita tra la vittima e il suicida è di tipo fusionale, i confini del sé si perdono. Proprio tale fusione fa si che uccidere e uccidersi coincidano (Merzagora e Pleuteri, 2005).

Il suicidio dell’omicida può corrispondere all’ultimo estremo tentativo di ricongiungersi all’oggetto amato e perduto. Alcuni di questi omicidi-suicidi sono consumati da soggetti in cui la componente depressiva si poggia sulla sottostante organizzazione di personalità, i quali in preda ad una forte rabbia, non riuscendo a contenere gli impulsi aggressivi li rivolgono, non solo all’interno verso se stessi, ma anche verso le persone che amano. Fornari (1997) sottolinea che la persona depressa è anche uno spietato accusatore degli altri oltre che di se stesso, pertanto non solo si punisce ma è anche pronto a punire. Egli aggiunge che quando sotto l’amore si cela l’odio, accanto all’autocolpevolizzazione vive il rancore, e allora non è raro che la persona depressa colori la sua malattia con idee paranoiche e di vendetta che possono sfociare in un caso di omicidio-suicidio, nel momento in cui l’obiettivo, la causa di tutti i mali, è focalizzato.

Abramsky e Helfman (1999) in un loro studio affermano che nel caso dell’omicidio-suicidio l’aggressore è spesso ossessionato dai pensieri suicidi. La lunga escalation può essere anche un’implicita richiesta d’aiuto che, se accolta nel modo giusto, può portare a una conclusione diversa a quella cui si arriva dopo che il processo è stato innescato.

In generale la difficoltà a controllare i propri impulsi nella nostra giurisdizione non influenza l’imputabilità della persona, infatti, l’Art. 20 del nostro Codice Penale prevede che “gli stati emotivi e passionali non escludono ne diminuiscono l’imputabilità”, ciò significa che l’autore di un crimine che ha agito mentre era in preda ad un forte sentimento può essere punito.


Organizzazione di personalità e omicidio

Il comportamento criminale in generale presenta una correlazione diretta con alcuni dei sintomi che contraddistinguono la psicopatologia dell’Asse II, secondo i criteri diagnostici di definizione del DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), all’interno del quale rientrano i disturbi di personalità.

Il DSM IV definisce il disturbo di personalità come: “un modello di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo ed inflessibile”.

Il disturbo di personalità può manifestarsi a livello cognitivo, affettivo, relazionale ed emotivo.

Nel caso dei comportamenti criminali si manifesta attraverso, per esempio, delle condotte impulsive e, talvolta, ripetitive, con la tendenza a sperimentare affetti intensi o con l’identificazione paranoide. Si tratta di sintomi che aumentano d’intensità o compaiono in maniera vistosa nei momenti di maggiore stress.

L’omicidio è il comportamento criminale senza dubbio più grave e rappresenta un ampio ombrello sotto il quale si trovano differenti organizzazioni di personalità. Esso si pone in cima agli atti antisociali, anche se non tutti quelli che commettono omicidi mostrano una personalità antisociale, com’è definita dal DSM IV.

Il disturbo antisociale di personalità è caratterizzato principalmente da un’inosservanza e violazione dei diritti degli altri, cui si associano o possono associarsi, l’incapacità di conformarsi alle norme sociali per quanto riguarda il comportamento legale, la disonestà e la menzogna, la tendenza all’impulsività e all’aggressività, il comportamento irresponsabile e la mancanza di rimorso per le proprie azioni. Si tratta di criteri che, nel loro insieme, possono contraddistinguere una persona che commette atti criminali di vario genere, fino ad arrivare all’omicidio.

Al di là di questa definizione generale è necessario osservare da vicino coloro che commettono omicidi per analizzare come funziona la loro personalità e cosa regola il loro comportamento. Mi riferisco al funzionamento di personalità che fornisce informazioni importanti sulle cause che spingono a compiere determinate azioni. Si tratta dei pensieri e sentimenti, spesso distorti, che guidano il comportamento.

Negli omicidi d’amore le azioni si costruiscono su un terreno relazionale in cui i comportamenti dell’altro possono avviare condotte criminali o fornire il terreno sul quale costruirle. L’omicidio nasce nella mente di chi lo commette, ma prende spunto da ciò che gli succede intorno, da come si comporta o non si comporta, rispetto alle aspettative, l’oggetto d’amore.

Naturalmente oltre ad un significato relazionale dell’omicidio d’amore ci sono delle caratteristiche individuali importanti che contraddistinguono l’omicida ed anche la vittima, che spiegano come le loro differenti personalità s’intrecciano dando vita a quel particolare legame emotivo patologico.

Sicuramente si riscontrano dei tratti di personalità specifici in soggetti che compiono reati di sangue, escludendo naturalmente coloro che uccidono per legittima difesa.

Sottoponendo a colloqui clinici e test gli autori di omicidi si riscontra un’organizzazione di personalità che secondo i criteri del DSM IV si può avvicinare, per esempio, a una personalità narcisista, schizoide, paranoide, borderline, senza però rientrare necessariamente nei criteri del vero e proprio disturbo di personalità.

Come sappiamo ci sono dei tratti che sono comuni a più disturbi, come per esempio la scarsa considerazione degli altri che è presente con specifiche sfumature sia nella personalità narcisista, che in quella antisociale, ma non tutte le personalità così caratterizzate sono degli omicidi. Si tratta di osservare che cosa accade di fronte ad un evento specifico, come la persona reagisce, quali tratti di personalità prendono il sopravvento nella gestione della situazione in atto. Inoltre, come la personalità si organizza, quali comportamenti mette in atto per affrontare le frustrazioni e gestire le difficoltà, in altre parole com’è il suo funzionamento psichico sottostante.

Quando i tratti della personalità sono poco flessibili e poco adattivi, possono causare una significativa inadeguatezza funzionale che scaturisce da una profonda sofferenza che la persona non riesce a controllare e gestire, e possono dar vita ad un vero e proprio disturbo di personalità.

Spesso i tratti narcisistici e antisociali si fondono tanto da formare una configurazione di personalità così comune da essere spesso presente nei soggetti che commettono omicidi.

Secondo la classificazione del DSM IV la personalità narcisista si contraddistingue per un quadro pervasivo di grandiosità, bisogno di ammirazione, mancanza di empatia. Cui si aggiunge senso grandioso d’importanza, fantasie di successo illimitato, richiesta di eccessiva ammirazione, inganno/manipolazione del prossimo, auto-attribuzione di diritti, arroganza e presunzione. Spesso le loro azioni sono mosse dalla sensazione di essere speciali o dall’invidia.

Alcuni di questi tratti, legati alla scarsa considerazione per l’altro, si riscontrano in maniera similare anche nella personalità antisociale. Come, per esempio, la disonestà dell’antisociale che nel narcisista si presenta in forma d’inganno e manipolazione, oppure l’incapacità di conformarsi alle regole sociali, tratto distintivo della personalità antisociale che nel narcisista si può evidenziare nell’auto-attribuzione dei diritti ma anche nell’arroganza dei comportamenti.

In generale mi riferisco ad atteggiamenti in cui l’altro è scarsamente considerato e la concentrazione è principalmente rivolta verso se stessi e verso i propri bisogni. Queste persone hanno difficoltà a mettersi nei panni dell’altro e non prendono in considerazioni le conseguenze delle proprie azioni. Inoltre, si aspettano molto di più di ciò che riescono a dare, violano le norme sociali, agiscono d’impulso, tutte questa condotte possono ritrovarsi anche in persone che compiono un delitto d’amore.

Kernberg (1993) ritiene che esista una relazione molto stretta tra disturbo di personalità narcisista e antisociale. Nello specifico egli afferma che a ogni personalità antisociale debbano essere riconosciute caratteristiche tipiche del disturbo narcisista cui si associano una specifica patologia delle funzioni del Super-Io e un deterioramento del mondo delle relazioni oggettuali interiorizzate. Kernberg (1984) aggiunge che alcuni soggetti si collocano tra il disturbo narcisistico e quello antisociale di personalità, in un quadro da lui definito: sindrome di narcisismo maligno. Tale sindrome è definita dalla combinazione di un disturbo narcisistico di personalità, un comportamento antisociale, aggressività ego sintonica o sadismo rivolto verso gli altri o se stessi, un forte orientamento paranoide. Si tratta di un quadro pervasivo molto grave che presenta una prognosi sfavorevole poiché non risponde adeguatamente ai trattamenti.

Altre tendenze di personalità sono meno comuni ma possono predisporre a diverse varietà di omicidio: ripetitivo, efferato, bizzarro. In questi casi entrano in gioco tratti paranoidi, schizoidi, sadici, etc. (Stone, 2000).

Nello specifico il disturbo schizoide di personalità è contraddistinto da un quadro pervasivo di distacco dalle relazioni sociali, da una gamma ristretta di espressioni emotive, da indifferenza verso le relazioni strette, dalla preferenza di attività solitarie, dalla mancanza di amici stretti o confidenti, da freddezza emotiva, distacco o affettività appiattita. Come per molti altri disturbi di personalità, il disturbo schizoide è spesso concomitante con altri. Nella letteratura forense molti soggetti schizoidi mostrano anche tratti paranoidi. Anche se la maggioranza di soggetti schizoidi non commette crimini e vive ai margini della società o in occupazioni solitarie. Alcuni di loro, a causa dell’estremo distacco dai comuni sentimenti umani, divengono capaci di crimini, compreso l’omicidio. In questi casi spesso i tratti paranoidi sono importanti negli omicidi commessi dalle personalità schizoidi. Infatti, oltre ad essere distaccati molti di questi soggetti sono anche diffidenti, reticenti, astiosi e sospettosi. In molti esempi tratti dalla letteratura forense il disturbo paranoide è la caratteristica di personalità più appariscente (Stone, 2000).

Tratti di personalità paranoide possono predisporre all’omicidio, è ciò che accade in molti delitti passionali legati alla gelosia patologica. Il disturbo paranoide si contraddistingue per una diffidenza e sospettosità pervasive verso gli altri, in cui si crede di essere sfruttati, ingannati o danneggiati dagli altri senza una base sufficiente, si dubita della lealtà anche delle persone più vicine. E’ presente una tendenza a portare rancore unita al timore di attacchi al proprio ruolo o che si possa essere traditi sulle confidenze che si fanno agli altri. A ciò si aggiunge un tratto specifico che risulta importante nei delitti d’amore che consiste nel sospettare in modo ricorrente, senza giustificazione, della fedeltà del partner.

In questi casi il coniuge è ossessionato ed erroneamente si convince dell’infedeltà dell’altro tanto da arrivare a ucciderlo. A volte oltre alla gelosia immotivata possono esserci sentimenti di rabbia e risentimento verso l’altro o verso la relazione che covano dentro costruendo un pensiero delirante su ciò che accaduto. Altre volte il pensiero paranoico si costruisce su frustrazioni legate a emozioni e sensazioni in cui l’altro non ha soddisfatto i desideri attesi. In questo caso si tratta di non tollerare la frustrazione derivante dalla mancata soddisfazione dei propri desideri e aspettative circa i comportamenti dell’altro. Si tratta del tipico atteggiamento di scissione borderline in cui l’altro è visto come totalmente “buono”, nel momento in cui soddisfa le aspettative oppure totalmente “cattivo” quando non risponde prontamente ai bisogni.

La maggior parte degli omicidi, come abbiamo visto, non sono calcolati e valutati razionalmente, essi piuttosto nascono da atti impulsivi e aggressivi, di conseguenza i tratti di personalità che soggiacciono a tali atti sono prevalentemente antisociali, narcisistici, paranoici.

Gli omicidi coniugali ricadono, in genere, in due ampie categorie: quelli causati dalla gelosia (sia giustificata che delirante) in soggetti che presentano tratti paranoici oppure quelli causati dal desiderio di sbarazzarsi di un coniuge opprimente allo scopo per esempio di costruire una relazione con un nuovo amante o usufruire dell’eredità, in questa categoria si ravvisano maggiori tratti psicopatici ma la maggior parte dei delitti passionali sono commessi da soggetti che non sono psicopatici (Stone, 2000).

Nei serial killers il disturbo di personalità raggiunge livelli alti di gravità. Si tratta in generale di personalità psicopatiche e sadiche, che a volte presentano anche tratti tipici di una personalità schizoide, in questi casi il delitto non si consuma all’interno di una relazione “speciale” come avviene in molti delitti passionali, ma l’omicida conosce poco o nulla la vittima. La presenza di marcati tratti sadici rende la prognosi per una guarigione sociale ancora più difficile. Molti degli errori commessi con il rilascio prematuro (o semplicemente con il rilascio) di uomini che continuano a commettere nuovi omicidi, nascono proprio da una mancanza di attenzione nel considerare le prove evidenti di un precedente comportamento sadico (Stone, 2000).


La relazione patologica: l’unicità del legame

Come ho detto in precedenza parlando dell’innamoramento, una relazione adulta e sana ha bisogno di mantenersi in evoluzione. I mutamenti del sistema in funzione degli eventi della vita permettono a un rapporto di essere flessibile e dinamico garantendogli in questo modo la stabilità. In una relazione patologica, invece, il legame disfunzionale non consente l’evoluzione né del rapporto in se stesso né dei membri della coppia. Il legame patologico è cristallizzato e gli stessi partner agiscono nella relazione le loro difficoltà personali.

La coppia è, infatti, una realtà autonoma che si organizza rispecchiando le personalità di coloro che la compongono. I problemi personali sono, infatti, riproposti nella relazione di coppia e ne condizionano le fondamenta e l’evoluzione.

Nella relazione patologica il legame con l’altro è spesso vissuto in modo esclusivo e totale e non lascia spazio all’individualità, di conseguenza i comportamenti dell’altro, se non soddisfano i bisogni attesi, non sono compresi e sono vissuti con aggressività.

La vita della coppia determina la necessità per ciascuno dei membri di riaffermare e ridefinire le differenze, poiché accanto al bisogno di rinnovare il sentimento di appartenenza c’è anche il desiderio di affermazione del sé, della propria autostima e motivazione. Inoltre, ciascuno dei due partner ha la necessità di mantenere la propria specificità differenziata dall’altro, condizione necessaria affinché l’incontro possa fornire sufficienti motivi di interesse e stimolo (Norsa, Zavattini, 1997).

In generale il mantenimento di una chiara individualità di ciascun membro costituisce un elemento di arricchimento nella vita della coppia, infatti, la ricerca di legami simbiotici o idealizzati può provocare difficoltà nella relazione e sofferenza nei partner. In questi casi le richieste di soddisfazione dei propri desideri e aspettative invadono la relazione e spostano l’energia della coppia dal reciproco sostegno e comprensione, alla richiesta continua di appagamento profondo e primario necessario per dare nutrimento al proprio Sé.

Un poco come accade per l’innamoramento anche nelle relazioni patologiche l’altro non è visto come è realmente ma su di esso vengono proiettati bisogni, desideri, aspettative che soddisfino le proprie mancanze primarie più profonde, i buchi neri intorno ai quali si è formata la personalità. Mi riferisco alle esperienze avute nelle relazioni con le figure primarie che hanno dato l’imprinting nella organizzazione di tutte le future relazioni importanti.

Kernberg (1995) afferma che in una relazione sana un uomo e una donna scoprono la loro attrazione reciproca e si desiderano, sono in grado di stabilire una piena relazione sessuale, accompagnata dall’intimità emotiva e un senso di realizzazione dei propri ideali di vicinanza con la persona amata, sanno esprimere la loro capacità di mettere insieme, a livello inconscio, erotismo e tenerezza, sessualità e ideale dell’Io e sanno utilizzare la sessualità al servizio dell’amore. Ciò significa che la sessualità completa una relazione intima composta di condivisione e vicinanza, scambio reciproco e affetto, sostegno e rispetto. Tutti ingredienti essenziali di una relazione sana e che possa essere stabile nel tempo.

A ciò si aggiunge che la capacità di realizzare un amore maturo è anche legata alla possibilità della coppia di integrare e canalizzare le componenti aggressive che emergono nella relazione. Nel senso che amore e odio fanno parte della stessa relazione che vede la prevalenza dell’amore sull’odio. La capacità di integrare amore e odio è un aspetto fondamentale sia della capacità di avere relazioni d’amore che della loro patologia. Ogni relazione, infatti, si compone di piccole intolleranze e liti la cui aggressività deve poter essere canalizzata senza rischiare di condizionare il rapporto. Una relazione stabile è in grado di tollerare le fluttuazioni emotive, mantenendo integro il rapporto, senza scomporlo in funzione dell’emozione del momento.

Infatti, se l’idealizzazione nel rapporto, componente naturale nell’innamoramento, non tollera l’ambivalenza viene facilmente distrutta da qualsiasi tipo di manifestazione di contrarietà.

La capacità di tollerare l’ambivalenza in una relazione sentimentale matura si muove all’interno di un gradiente che tollera livelli intermedi di aggressività e ne rifiuta gli eccessivi che, invece, minacciano il rapporto, così come integra livelli minimi (piccole discussioni, contrarietà, disaccordi, ecc.) che contraddistinguono qualsiasi relazione sentimentale adulta. In questo modo la relazione riesce a mantenere un equilibrio interno in grado di tollerare ciò che di volta in volta accade, questo arricchisce la relazione stessa e ne garantisce la profondità.

A ciò Kernberg (1995) aggiunge che invece la mancanza d’integrazione nella relazione con l’altro provoca una scissione tra “parti completamente buone” e parti completamente cattive”, che porta ad un’idealizzazione primitiva del rapporto d’amore. La qualità irrealistica dell’idealizzazione conduce facilmente al conflitto e alla distruzione della relazione. Si tratta di rapporti d’amore in cui la persona non riesce a gestire i propri stati emotivi e la relazione è dominata dai meccanismi di difesa. In questi casi anche le relazioni oggettuali interiorizzate sono patologiche.

I meccanismi di difesa dominati dalla scissione dividono il mondo delle relazioni oggettuali interne ed esterne in immagini idealizzate e immagini persecutorie, vengono, inoltre, idealizzate le relazioni anche con questi oggetti parziali. Sono però relazioni fragili sempre a rischio di essere contaminate da aspetti completamente cattivi che possono far scivolare una relazione ideale in una relazione persecutoria. Le relazioni d’amore di queste persone sono caratterizzate da un’idealizzazione primitiva dell’oggetto d’amore e si può sviluppare un intenso attaccamento amoroso caratterizzato dall’idealizzazione. Ma il contraltare di queste idealizzazioni è rappresentato dalla tendenza ad improvvise e radicali reazioni di delusione, in cui l’oggetto idealizzato viene trasformato in oggetto persecutorio e la relazioni viene distrutta.

In questi casi è l’intensa aggressività a provocare la scissione dell’oggetto d’amore che contemporaneamente “idealizzato” è vissuto come “persecutorio”. Ciò avviene nell’idealizzazione primitiva dei pazienti borderline per i quali un amore appassionato può volgersi altrettanto rapidamente in un odio altrettanto appassionato. Infatti, la mancanza d’integrazione nelle relazioni con l’altro provoca improvvisi e drammatici cambiamenti nella vita di coppia.

E’ all’interno di tali organizzazioni psicopatologiche che si verificano i delitti d’amore, nel rapporto che c’è tra amore passionale, meccanismi scissionali, idealizzazione primitiva ed odio (Kernberg, 1995).

Nelle relazioni patologiche si attiva una vera a propria escalation che apre la strada al reato di sangue, provocato da un impulso che, quindi, solo apparentemente è determinato dalla gelosia o dalla separazione.

Di frequente questi uomini lasciati anche dopo la separazione continuano a perseguitare imperterriti la partner finché la uccidono. La persecuzione inizia quando la donna ha espresso l’intenzione di andarsene o quando essendosi già separata, decide di intraprendere un’altra relazione. Il livello di violenza aumenta in modo esponenziale quando l’uomo sente di perdere o di avere perso la compagna. Nei casi estremi l’omicida, dopo aver compiuto l’atto, si uccide trovandosi in una condizione di profonda disperazione e frustrazione per avere perso un legame affettivo che si rivela vitale. Si tratta di relazioni simbiotiche in cui l’altro è vissuto solo come un’estensione di se stessi. Sono persone incapaci di un rapporto relazionale adulto fondato sull’autonomia e il reciproco sostegno, in cui l’altro possa essere visto e amato nella sua integrità come persona capace di desideri e pensieri autonomi. Con quest’atto estremo la persona è in grado nuovamente di controllare l’oggetto d’amore la cui perdita non può essere emotivamente tollerabile.

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Organizzazioni di personalità e ruoli vittima-carnefice

Gli uomini che compiono atti di violenza verso le donne presentano anche specifiche caratteristiche biografiche. Fitch e Papantonio (1983) hanno osservato che oltre i due terzi degli uomini violenti verso le compagne provengono da famiglie nelle quali si sono verificati atti di violenza tra i genitori, inoltre circa la metà di tali aggressori sono stati essi stessi maltrattati da bambini. Ci sono dei riscontri anche nella storia familiare delle donne vittime di violenza, per molte di loro è stata riscontrata una pregressa violenza fisica e sessuale ricevuta nelle famiglie d’origine, spesso avevano assistito ad episodi di violenza nei confronti delle loro madri ed a furiose liti tra i genitori. Ciò fa pensare che vivere e crescere in situazioni in cui la violenza rientra nell’abituale gestione dei rapporti, provoca una sua maggiore accettazione da parte delle donne che la subiscono, e un utilizzo più rilevante da parte degli uomini, come se la violenza, per quanto spaventosa e orribile agli occhi di un bambino, possa comunque rappresentare un modo ormai consueto di gestire i rapporti sentimentali.

In una relazione violenta con il partner la donna ha difficoltà a sviluppare la sua autonomia e spesso nella loro storia familiare si riscontra la presenza di un padre che puniva violentemente e il marito viene, quindi, a ricoprire un ruolo per molti aspetti simile a quello del padre.

A livello psicopatologico, per quanto riguarda la vittima, si può ipotizzare un’organizzazione di personalità contraddistinta da tratti di dipendenza in cui la relazione con l’altro viene vissuta come necessaria per il riconoscimento del proprio Sé. Il bisogno di dipendenza collude con i tratti di narcisismo del partner e la relazione amorosa si concentra sui suoi bisogni psicologici, riconoscendo alle esigenze di quest’ultimo la supremazia nella coppia. Tutto ciò struttura in maniera distorta la relazione in quanto la soddisfazione dei bisogni non è più biunivoca ma concentrata sul partner maggiomente richiedente che, in virtù dei bisogni soddisfatti, amplifica ulteriormente le richieste, poiché le soddisfazioni ottenute fungono da rinforzo.

Spesso la vittima ha una bassa autostima e una profonda insicurezza che bloccano il comportamento. Le violenze sono accettate anche perché, sulle difficoltà psicologiche, s’innesta la paura che impedisce di trovare una modalità alternativa per uscire dalla situazione.

Per quanto riguarda, invece, colui che commette il crimine possiamo ipotizzare, come accennato in precedenza, organizzazioni di personalità contraddistinte da tratti antisociali, narcisistici ma anche sadici, paranoici e talvolta schizoidi.

Spesso soggetti che presentano tratti di narcisismo commettono crimini violenti motivati da un forte bisogno di potere, dominio e controllo e scatenati da una ferita all’autostima. I crimini attuati per soddisfare tali bisogni, comportano spesso aggressioni gravi, anche a carattere sessuale contro soggetti femminili. Hanno l’obiettivo di soddisfare la grandiosità narcisistica e il bisogno di superiorità insieme allo sfruttamento senza scrupoli, l’egocentrismo, l’auto-legittimazione e la mancanza di empatia, nel momento dell’attuazione dell’atto criminale. Dietro questa disturbata percezione di sé si nascondono spesso sentimenti cronici d’inferiorità, inutilità e fragilità che portano a non sentire mai appagati i propri desideri narcisistici.

A livello relazionale nella personalità narcisista predomina un’invidia incontrollata, sia conscia, che inconscia; una svalutazione degli altri, quale difesa contro l’invidia; sfruttamento manifestato mediante l’avidità, appropriazione delle idee o delle proprietà altrui, tendenza all’autogiustificazione, incapacità di relazioni con gli altri nella quale vi sia una vera reciprocità ed una notevole incapacità di empatia e di impegno verso gli altri (Kernberg, 1993).

In alcune situazioni le reazioni di rabbia profonda dovute a una ferita all’autostima provocano un bisogno estremo di vendicarsi, facendo del male con qualsiasi mezzo necessario. L’impulso a perseguire la vendetta diventa predominante, mentre si verifica una totale assenza di considerazione per i limiti ragionevoli del comportamento, in una dimensione di irrazionalità dell’atteggiamento vendicativo. La persona può comunque mantenere una capacità di ragionamento intatta. Questi fattori insieme portano al compimento senza scrupoli dell’atto criminale. Si tratta di situazioni psicopatologiche che si avvicinano al narcisismo maligno (Kernberg, 1987). In tali situazioni gli elementi di grandiosità patologica del sé si mescolano con episodi di regressione paranoide, impulsi sadici, disonestà che si verificano nel momento in cui la persona si coinvolge in una relazione importante con l’altro, vissuto come minaccioso.

A livello psicodinamico le relazioni oggettuali amorevoli, reciprocamente gratificanti, possono essere facilmente distrutte e, inoltre, contengono il seme di un attacco da parte dell’oggetto esterno vissuto come onnipotente e crudele. Nella pratica clinica gli stessi soggetti riferiscono di non credere nelle relazioni. I buoni sono percepiti come deboli e inaffidabili, i potenti come necessari, sadici e comunque inaffidabili.

Il dolore di dover dipendere da oggetti potenti, disperatamente necessari ma sadici, si trasforma in rabbia e viene espressa come rabbia per lo più incontrollata (Kernberg, 1993). Questo è ciò che si verifica nelle relazioni d’amore, per esempio, quando l’altro decide di separarsi, questi si trasforma dall’oggetto buono e debole all’oggetto potente e sadico verso il quale scaturisce una forte ed incontrollata rabbia che porta all’acting-out.

Bisogna sottolineare che entrambi i partner strutturano insieme una relazione d’amore altamente patologica dove ognuno alimenta i comportamenti e le azioni dell’altro agendo sulle emozioni sottostanti e la capacità di elaborarle. I tratti di dipendenza della vittima alimentano i tratti narcisistici dell’omicida e, viceversa, tutto ciò va avanti finché il circuito s’interrompe perché la vittima decide, per esempio, di separarsi imponendo così alla relazione delle modifiche che la personalità rigida del partner non può permettere, poiché la perdita in termini di soddisfazioni profonde per il Sé risulta intollerabile. L’omicidio diventa così l’atto estremo di ribellione contro una realtà di cui non si accetta il cambiamento, un tentativo di mantenere intatta la relazione negando i dati di realtà. Nell’omicidio del partner si riafferma, infatti, la dipendenza, negandogli l’ultima difficile possibilità di scelta autonoma.

In generale le donne faticano ad allontanarsi da un compagno violento per molte ragioni: per non dare scandalo, per vergogna, per dipendenza economica, perché credono e sperano fino all’estremo che il loro compagno cambierà o che picchia perché è malato, perché non sanno dove andare, perché hanno paura che andandosene possano essere uccise, quest’ultimo è un rischio serio in quanto la maggior parte delle donne che vengono uccise dopo una serie di maltrattamenti risultano separate dal partner al momento dell’omicidio (De Pasquali, 2007).

In alcuni casi sono le stesse donne a uccidere il compagno. Nei pochi casi descritti in letteratura si tratta di situazioni in cui esse sono vittime della violenza del partner ed entrano in una spirale dalla quale non riescono a liberasi se non con l’omicidio. Anche queste donne provengono quasi sempre da famiglie maltrattanti dove la violenza è uno schema relazionale. Esse sono alla costante ricerca di protezione e affetto, e di uomini che le possano proteggere; sempre in fuga dal terrore di rimanere sole. Come accade per le donne vittime di omicidio, esse restano imbrigliate in relazioni amorose che ripropongono lo schema infantile di violenza.

Nei delitti d’amore i cosiddetti vittima e carnefice sono quasi sempre complici, ma spesso inconsapevoli di esserlo. Spesso la vittima sceglie il proprio partner proprio perché questi potrà essere il suo carnefice, e viceversa il carnefice sceglie la propria partner proprio perché capisce che saprà essere una vittima. Tali coppie spesso hanno caratteristiche di tipo sadomasochistico e i ruoli di vittima e carnefice sul piano psicopatologico diventano intercambiabili. Il cosiddetto carnefice vive con intenso dolore e angoscia le azioni della futura vittima che minacciano la sua autostima o il legame. La vittima perseguitata nella mente dell’omicida si trasforma nell’oggetto persecutorio che provoca tanta sofferenza. Nello stesso tempo molte future vittime provano una sensazione di forte piacere davanti alle manifestazioni di gelosia del partner, anche quando travalicano la sofferenza fisica. Infatti, per molte donne è un privilegio essere amate da un uomo geloso e possessivo poiché pensano che il livello di amore si rapporti al grado di gelosia.

Il gioco relazionale patologico è realizzato da entrambi. Di frequente queste donne dopo essere state percosse si trovano davanti al loro aggressore pronto a scusarsi ed a promettere, spesso in lacrime, che non accadrà mai più, rassicurandole sull’amore che provano. Le donne sono spinte a crederci nonostante i fatti dimostrino sempre che le promesse non sono realizzate.

Kernberg (1995) sottolinea che talvolta questa tipologia di relazione è riscontrabile in donne con un'organizzazione borderline e tratti masochistici che si sottomettono a uomini idealizzati e con tratti sadici. Quando s’instaura una relazione di tal genere con spiccate valenze di tipo sadomasochista soffrono sia il carnefice che la vittima, anche se si tratta di una sofferenza ambivalente nel provocare dolore e gratificazione ad entrambi.


Ruolo delle Istituzioni

Combattere ogni forma di violenza contro le donne e contro i minori è uno dei principi ormai sanciti nelle raccomandazioni sia delle Nazioni Unite sia dell’Unione Europea. Naturalmente piuttosto che cause della violenza interpersonale ci sono le circostanze, le caratteristiche legate all’individuo e alla personalità, al contesto sociale, alla sua storia pregressa, la cui presenza è correlata al verificarsi della violenza e al suo perpetuarsi.

Le leggi, il tipo di sistema giudiziario, il ruolo delle forze dell’ordine e dei centri antiviolenza hanno una funzione dominante nel prevenire la violenza ma anche nel proteggere ed assistere la vittima. Naturalmente una mancanza di servizi e una scarsa professionalizzazione possono non fare sentire sicura una donna che vuole denunciare una violenza e trovare ascolto nelle Istituzioni.

Purtroppo nella maggioranza dei casi di omicidi d’amore i familiari, gli amici, i colleghi conoscevano i problemi della coppia: maltrattamenti e minacce, già prima del delitto. Frequentemente dopo il delitto si scopre che vittima e omicida sono già noti ai servizi territoriali: servizi sociali, centri antiviolenza, forze dell’ordine, pronto soccorso.

In termini di costi prettamente sociali costa meno allo Stato sovvenzionare servizi di tutela delle vittime che, quindi, riescano a bloccare la reiterazione della violenza e a prevenire gli omicidi, piuttosto che affrontare le spese sociali conseguenti agli omicidi quali: spese sanitarie, legali, della giustizia, degli eventuali minori coinvolti nella violenza assistita o nella perdita della madre.

Capire la motivazione di un comportamento criminale può avere un’influenza cruciale sulla scelta del trattamento che dovrebbe essere offerto a questi pazienti, sul livello di sicurezza necessario per realizzare il trattamento e, in alcuni casi, può essere utile per valutare la possibilità di una risposta positiva al trattamento. Inoltre l’associazione tra comportamento criminale e psicopatologia della personalità possono essere molto importanti per stabilire il rischio che il comportamento illecito si ripeta.

In Italia, come osservato in precedenza, i dati dell’Eu.r.e.s. che si riferiscono al quinquennio 2000-2004 rilevano che il 43,2 % degli omicidi d’amore è commesso con un’arma da fuoco, ciò evidenzia che il possesso di armi anche nel nostro paese rappresenta un importante fattore di rischio. I dati dimostrano che le armi con cui sono uccise le compagne sono solitamente regolarmente denunciate, anche se non mancano casi di possesso illecito. Quest’aspetto evidenzia sempre più la necessità di effettuare controlli periodici sui possessori di arma da fuoco (Baldry, 2008).

Per quanto riguarda il trattamento dei criminali che commettono omicidi, penso che un posto in primo piano andrebbe riservato all’elaborazione critica del reato che offre l’opportunità, seppure tardiva, di fermarsi a pensare ed a riflettere su ciò che è accaduto analizzando con attenzione le cause e le conseguenze, gli antecedenti che lo hanno provocato e le difficoltà personali che non hanno permesso di percorrere strade diverse. Un’elaborazione personale che può essere attuata solo con un lavoro terapeutico che faccia in primo luogo riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni e, successivamente, ricostruisca il filo degli eventi e vada a ricercare le cause più remote, ma non per questo meno influenti, nell’attuazione di comportamenti così patologici.

L’elaborazione critica lenta e difficile può essere attuata anche in una struttura contenitiva com’è quella del carcere. Il contenimento blocca il criminale obbligandolo a confrontarsi con se stesso e offre un’opportunità nuova di cambiamento, che può permettere di prevenire il rischio di recidiva.

Bisogna aggiungere che, comunque, la maggior parte degli omicidi d’amore potrebbe essere evitata. Ciò poiché l’omicidio nella coppia avviene dopo una serie di litigi violenti, che durano per molto tempo, spesso per interi anni e che coinvolgono la polizia e gli organi giudiziari. Se questi precedenti fossero accuratamente valutati, se a queste persone fosse offerto un sostegno psicologico, una psicoterapia di coppia o individuale, gran parte di questi litigi potrebbe essere ricomposta o per lo meno non terminare in un modo così drammatico. Infatti, l’omicidio all’interno di una relazione interpersonale non è mai un episodio isolato ma solo l’ultimo atto di una progressiva escalation di abusi, violenze e sopraffazioni sia fisiche, che psicologiche (Rossi, Zappalà, 2005).


Conclusioni

Troppo spesso i delitti d’amore sono enfatizzati dalle cronache come gesti impensabili compiuti da un folle, mentre di frequente, come abbiamo analizzato, ci troviamo di fronte a particolari organizzazioni di personalità, sia per il cosiddetto carnefice, che per la vittima ed anche a specifici funzionamenti relazionali che rendono quel determinato rapporto gravemente patologico, dove ciascun membro della relazione ha il suo ruolo nello strutturare e mantenere la patologia della relazione.

Facendo delle considerazioni rispetto ai rischi futuri in relazione ad importanti disturbi di personalità di coloro che commettono l’omicidio si può pensare che la presenza di tratti importanti di narcisismo possano indicare un rischio aumentato di violenza in futuro a seguito di una analoga ferita all’autostima del soggetto. Similmente, la presenta di elevati tratti di personalità paranoide possono indicare un maggiore rischio di violenza esplosiva a seguito di una minima provocazione, specialmente se si aggiungono tratti antisociali.

A parte tali considerazioni teoriche importanti per una maggiore comprensione del comportamento umano, non bisogna dimenticare che anche se molte forme di comportamento criminale, in particolare quando si tratta di crimine violento o recidivo, sono legate a gravi alterazioni del comportamento ciò non prova che l’autore non sia in grado di riconoscere il disvalore sociale dell’atto che commette. I disturbi di personalità che, come abbiamo visto, si legano alla possibilità di commettere crimini violenti non sono da soli indicativi di comportamento criminale. Infatti, essi sono facilmente riscontrati in un’ampia gamma di popolazione che non commette crimini.

Nella realizzazione di molti di questi omicidi che hanno principalmente carattere impulsivo, si parla di raptus intendendo l’emissione di un comportamento che il soggetto sente necessario attuare. Il raptus non è un disturbo mentale ma l’esito di diversi percorsi clinici e psicopatologici. Esso può, per esempio, rappresentare l’acting-out di un’organizzazione borderline di personalità oppure un raptus allucinatorio nella schizofrenia. Non si può certamente affermare che una persona sana improvvisamente impazzisca commettendo un orribile delitto in preda ad un non precisato raptus per poi tornare in uno stato di normalità.

Nel determinarsi di questi crimini così violenti un ruolo importante è attribuibile al quadro clinico sottostante che, sicuramente, accuratamente analizzato può mostrare i suoi segni e sintomi psicopatologici. Essi sono evidenziabili attraverso un’analisi che avviene nel tempo e non osservando isolatamente comportamenti e atteggiamenti della persona che commette il crimine, persona che in superficie può, nella maggioranza dei casi, non mostrare segni di una così profonda sofferenza personale.

In proposito vorrei utilizzare, prima di concludere, le suggestive parole di Vittorino Andreoli (2002) proprio per evidenziare quanto il confine sia a volte difficilmente percepibile ad un’analisi superficiale:

“provo una grande pena di fronte ad un cadavere che poteva ancora vivere e sognare, ma anche di fronte ad un assassino. Ne ho conosciuti molti e sempre ho pensato che avrebbero potuto condurre un’esistenza fuori dal carcere e con ruoli ora impossibili. Ho avuto la sensazione che la distanza fra essere assassini o comuni cittadini fosse minima e che bastasse poco perché quell’assassino potesse essere un cittadino accettato ed utile. So anche che sarebbe bastato poco a trasformare in assassino chi invece oggi gode della fiducia della gente. Proprio per il gioco delle combinazioni, è possibile impedire di ammazzare e con relativamente poco sforzo (…)”.

Lo sforzo si dovrebbe attuare nel tempo ed è rintracciabile nella possibilità di strutturare delle relazioni primarie sane con le figure principali di riferimento necessarie sin dall’infanzia per permettere un adeguato sviluppo psicologico. La personalità inizia a formarsi attraverso le prime interazioni, le quali forniscono i modelli di apprendimento che governeranno tutto il futuro della vita emotiva e relazionale.

Infatti, i disturbi di personalità nascono e si organizzano pian piano nel tempo attraverso lunghi percorsi individuali che poggiano le basi su quel complesso processo evolutivo che dalla simbiosi con le figure di attaccamento, porta alla separazione-individuazione, necessaria per crescere, per svincolare dalla propria famiglia d’origine e per strutturare all’esterno relazioni sane e gratificanti.

Si tratta dell’importante processo attraverso il quale lentamente si forma il senso del Sé e dell’identità individuale, ingredienti principali per costruire un’organizzazione sana di personalità.

I delitti d’amore, infatti, non sono altro, come abbiamo visto, che crimini relazionali che poggiano le loro basi su una distorta capacità di entrare in relazione, provocata da una deformata e deformante percezione di se stesso e dell’altro.


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Dr.ssa Aurora Rossi Psicologa e Psicoterapeuta. Tutti i diritti riservati